SimpleEscort sostiene la campagna #StopTassaEtica e mette a disposizione SimpleMedia per amplificare le voci di chi chiede diritti, non indulgenza.
Da oltre vent’anni, in Italia, esiste una maggiorazione fiscale applicata a chi produce contenuti pornografici. Una tassa poco conosciuta, raramente discussa, che colpisce un settore legale sulla base di un criterio che non è economico ma morale. È quella che viene chiamata “tassa etica”: un nome che dice molto più di quanto sembri.
Negli ultimi mesi, questa addizionale è tornata al centro del dibattito pubblico grazie alla campagna #StopTassaEtica, he mette in discussione un principio considerato pericoloso: l’idea che lo Stato possa usare il fisco come strumento di punizione ideologica.Non una battaglia di categoria, ma una questione di diritti, uguaglianza e Stato di diritto.
La tassa etica colpisce lavoratrici e lavoratori che svolgono un’attività legale non per quanto guadagnano, ma per ciò che producono, trasformando il fisco in uno strumento di giudizio etico e di stigmatizzazione sociale. Partecipa alla raccolta firme per ripristinare un sistema tributario equo, neutrale e coerente con i principi costituzionali.
Per capire meglio cosa c’è in gioco, abbiamo raccolto le voci di Debora Striani, promotrice della campagna, e delle due creator e attrici Luiza Munteanu e Valentina Nappi.
Perché #StopTassaEtica è una battaglia politica
Debora Striani, promotrice della campagna Stop Tassa Etica
L’idea della campagna nasce quasi per caso, racconta Debora Striani, promotrice della campagna e vice presidente di Jef Europe. Parlando con alcuni creator, emerge l’esistenza di una maggiorazione fiscale applicata a chi lavora nella produzione di contenuti pornografici. Non solo esisteva, ma era rimasta ai margini del dibattito pubblico, come se fosse normale che lo Stato decidesse di tassare di più qualcuno sulla base di un giudizio morale.
Da lì nasce la consapevolezza che il problema non fosse solo fiscale, ma politico e costituzionale. Il confronto con i Radicali italiani e la nascita del comitato hanno dato forma alla campagna, promossa insieme ad altre attiviste e lavoratrici del settore, tra cui Luiza Munteanu, portando il tema fuori da una nicchia e dentro il dibattito pubblico.
Il punto di svolta arriva quando l’Agenzia delle Entrate estende la tassa anche al regime forfettario. Migliaia di persone si accorgono improvvisamente di essere coinvolte e il tema esplode sui media. Non più un caso marginale, ma un precedente che mette in discussione un principio fondamentale: in uno Stato liberale le tasse dovrebbero basarsi su quanto si guadagna, non su ciò che si fa.
Secondo Debora, l’ostacolo principale è culturale prima ancora che politico. Da un lato la scarsa educazione fiscale, dall’altro lo stigma che scatta appena entra in gioco il sesso. Il dibattito si sposta dalla legalità alla morale, perdendo di vista il nodo centrale: può lo Stato discriminare fiscalmente cittadini che svolgono un’attività legale?
L’equivoco più diffuso è pensare che si tratti di un privilegio. In realtà è l’opposto: una tassa in più, applicata selettivamente, che introduce un criterio morale nel sistema tributario. Il messaggio chiave della campagna resta netto: le tasse si pagano in base a quanto guadagni, non in base a quello che fai.
Sesso, morale e ipocrisie istituzionali
La voce di Valentina Nappi, attrice e content creator

Storicamente il porno ha contribuito alla sdoganazione dell'argomento sesso. Ha messo in discussione l'idea che la sessualità sana sia solo quella tra due individui legati sentimentalmente. Fortunatamente nel frattempo anche la scienza è andata avanti e oggi è risaputo che il sesso ludico fa bene.
Purtroppo la sessualità femminile è ancora un tabù, molti ancora credono che le donne fanno porno solo per soldi o perché costrette, non riescono ad accettare che le donne possano desiderare di fare sesso come un uomo.
Continua Valentina: Il settore in Italia non è cambiato perché non esiste. Ci sono i lavoratori italiani del settore ma il settore non c'è. A parte qualche produzione amatoriale e chi fa onlyfans da casa. Tutti gli altri, me inclusa, sono costretti a recarsi spesso all'estero per lavorare.
In altri paesi l'age verification c'è già da diversi mesi e i risultati sono evidenti: le persone e soprattutto gli adolescenti vanno sui siti illegali (a cui è impossibile fare rispettare le regole) dove si possono vedere contenuti girati senza consenso oltre alla pirateria. Quindi l'age verification è un regalo al porno illegale a discapito di quello legale.
Quando la tassa diventa vita quotidiana
Luiza Munteanu, divulgatrice e creator su OnlyFans

Per Luiza, l’impatto della tassa etica non è un concetto astratto, ma una realtà scoperta strada facendo. Quando ha iniziato a lavorare su OnlyFans, si aspettava le difficoltà tipiche del lavoro autonomo: gestione fiscale, precisione, consulenza, non di dover scoprire da sola l’esistenza di una tassazione aggiuntiva di cui nemmeno i professionisti erano informati.
Questa tassa si è sommata a un carico già complesso, rendendo paradossalmente difficile pagare le tasse anche a chi vuole farlo correttamente. I numeri sono espliciti: quando i guadagni erano bassi, la pressione fiscale arrivava al 40%. Oggi, con entrate più alte, sale fino al 70%, con anticipi che hanno portato a versare oltre il 100% del reddito - racconta.
Commenta Luiza: Di fronte a queste cifre, l’idea di spostarsi all’estero non è ideologica ma pragmatica. Restare in Italia significa non avere respiro né possibilità di pianificazione; all’estero, a parità di lavoro, il margine cambia radicalmente.
A chi dice “se non ti va bene, cambia lavoro”, Luiza risponde con fermezza: è una logica che normalizza l’abuso, come invitare a non denunciare un’ingiustizia ma ad adattarsi. E a questo, chiarisce, non intende arrendersi.
Una questione che riguarda tutt*
La campagna StopTassaEtica non chiede approvazione morale, ma il rispetto di principi fondamentali. Se oggi si accetta che lo Stato possa tassare diversamente ciò che considera “non etico”, domani lo stesso meccanismo potrebbe colpire qualsiasi attività fuori dalla morale dominante del momento.
La domanda, allora, non è se il sex work piaccia o meno. La domanda è fino a che punto siamo disposti ad accettare che il fisco diventi uno strumento di giudizio ideologico.
