Sex work in Italia: i dati 2025-2026 raccontano un Paese più pragmatico che moralista

May 14, 2026
Dashboard digitale con grafici astratti per rappresentare i dati sul sex work in Italia
 Dati sul sex work in Italia 2025-2026

I dati SWG 2026 mostrano un’Italia favorevole alla regolamentazione della prostituzione, ma ancora confusa sul piano legale e fiscale. I report SimpleEscort 2025-2026 raccontano intanto un settore digitale in crescita, attraversato da nuove domande, nuove forme di offerta 

Parlare di sex work in Italia significa spesso entrare in una zona piena di contraddizioni. Il fenomeno esiste, viene cercato, discusso, giudicato, consumato, ma raramente viene osservato attraverso dati chiari. Eppure i numeri più recenti raccontano qualcosa di importante: gli italiani sembrano meno moralisti di quanto si pensi, ma restano ancora poco informati sul piano legale, fiscale e sociale.

Da una parte ci sono i dati del Radar SWG 2026, che fotografano un Paese ampiamente favorevole alla regolamentazione della prostituzione. Dall’altra ci sono i report pubblicati da SimpleMedia, che mostrano la crescita della domanda digitale su SimpleEscort, la varietà dell’offerta e l’evoluzione del rapporto tra clienti, escort, creator digitali, gigolò e servizi di accompagnamento.

Il risultato è una fotografia meno semplice del solito. Il sex work non appare soltanto come un tema di cronaca o di costume, ma come un settore attraversato da questioni economiche, tecnologiche, relazionali e giuridiche. Una realtà che ha bisogno di meno slogan e di più strumenti: sicurezza, consenso, privacy, diritti, responsabilità.

Gli italiani e la prostituzione: cosa dice il sondaggio SWG 2026

Smartphone con profilo online, immagine rappresentativa degli annunci di sex work in Italia
Annunci di sex work in Italia

Secondo il Radar SWG realizzato tra il 28 aprile e il 4 maggio 2026, gli italiani tendono a riconoscere come prostituzione soprattutto lo scambio di prestazioni sessuali in cambio di denaro, indicato dall’81% del campione. La percentuale resta alta anche quando lo scambio avviene in cambio di favori, promozioni o privilegi, scenario considerato prostituzione dal 73% degli intervistati, e quando avviene in cambio di regali, indicato dal 71%. 

Molto più incerta, invece, è la percezione delle attività digitali e dei servizi di accompagnamento. La vendita di contenuti multimediali a sfondo sessuale su piattaforme online è considerata prostituzione dal 47% degli italiani. I servizi di accompagnamento a cene o ricevimenti senza prestazioni sessuali, invece, sono ricondotti alla stessa area solo dal 22% del campione.

Questo dato è interessante perché mostra una distinzione culturale sempre più netta tra sesso in presenza, contenuto digitale e compagnia. Il sex work contemporaneo non è più percepito come un blocco unico. Dentro la stessa parola convivono escort, creator adult, accompagnatori, videochiamate, contenuti on demand, esperienze relazionali e servizi costruiti intorno alla presenza, alla conversazione e alla discrezione.

In altre parole, il confine non è più soltanto fisico, è anche digitale, linguistico, relazionale. E proprio per questo diventa sempre più importante scegliere parole precise.

Più pragmatismo che moralismo

Uno dei dati più rilevanti del sondaggio SWG riguarda l’atteggiamento morale. L’88% degli italiani è d’accordo con l’idea che la prostituzione sia sempre esistita e continuerà a esistere. Il 63% ritiene giusto che ogni persona possa usare il proprio corpo e la propria sessualità come vuole, anche per ottenere un beneficio economico o materiale. 

Non significa che il tema sia privo di conflitti. Significa però che una parte ampia dell’opinione pubblica sembra guardare al fenomeno più con pragmatismo che con condanna morale. Secondo SWG, per quasi un italiano su due, offrire prestazioni sessuali per ottenere un beneficio economico o materiale non è una cosa grave: il dato indicato è pari al 45%. 

Questo passaggio aiuta a spostare lo sguardo sul sex work verso una lettura più matura. Il nodo non è negare la complessità del settore, né cancellare i rischi di sfruttamento, violenza o coercizione, ma è riconoscere la differenza tra ciò che nasce da una scelta consapevole e ciò che deriva da costrizione, ricatto, tratta o criminalità.

Senza questa distinzione, il dibattito resta intrappolato in una nebbia morale che non protegge davvero nessuno. Chi lavora in autonomia continua a essere stigmatizzatə. Chi subisce sfruttamento rischia di restare invisibile. Chi cerca servizi resta spesso dentro un’area grigia fatta di disinformazione, paura e improvvisazione.

Il grande equivoco legale: molti italiani non sanno cosa è reato

Il sondaggio SWG mostra anche un forte problema di informazione. Il 42% degli italiani crede erroneamente che in Italia offrire prestazioni sessuali in privato in cambio di denaro sia un reato. La stessa percentuale pensa che anche acquistare prestazioni sessuali in privato rientri in una condotta penalmente punibile.

In realtà, nell’ordinamento italiano la prostituzione in sé non è punita come reato. La Legge 20 febbraio 1958, n. 75, conosciuta come Legge Merlin, ha abolito le case chiuse e riguarda il contrasto allo sfruttamento dell’attività sessuale altrui. Sono quindi vietati e perseguiti, tra gli altri, lo sfruttamento, il favoreggiamento e le condotte che coinvolgono terzi, coercizione o organizzazione criminale.

Questa confusione produce effetti concreti: alimenta stigma, paura, isolamento e difficoltà di accesso a strumenti di tutela. Se tutto viene percepito come illegale, anche ciò che non lo è finisce in una zona opaca, dove diventa più difficile chiedere informazioni, difendere i propri diritti o denunciare situazioni di abuso.

Ancora più significativo è il dato fiscale: solo il 20% degli intervistati sa che i redditi derivanti da prestazioni sessuali a pagamento possono essere oggetto di tassazione. È un numero che racconta quanto il sex work venga ancora percepito come una zona sospesa, tollerata ma non davvero riconosciuta, presente ma raramente affrontata in modo esplicito.

Eppure la chiarezza normativa non è un dettaglio tecnico, bensì una forma di protezione. Sapere cosa è legale, cosa non lo è, quali sono i propri diritti e quali condotte devono essere denunciate permette di uscire da quella terra di mezzo in cui tutto sembra proibito, quindi tutto diventa più rischioso.

Regolamentazione: 7 italiani su 10 sono favorevoli

Il dato politico e culturale più forte è quello sulla regolamentazione. Secondo SWG, il 72% degli italiani sarebbe favorevole a una regolamentazione della prostituzione in Italia, con una differenza tra uomini e donne: 78% tra gli uomini e 66% tra le donne

Le ragioni indicate sono soprattutto tre: tutelare le persone che esercitano, contrastare la criminalità e tutelare i clienti. L’81% ritiene che un quadro di regole più chiaro consentirebbe di proteggere chi pratica sex work, l’80% pensa che aiuterebbe a contrastare la criminalità e il 75% collega la regolamentazione anche alla tutela dei clienti. 

Il dato non va letto come una risposta semplice a un problema complesso. Piuttosto, segnala una domanda sociale di ordine, sicurezza e responsabilità. Gli italiani sembrano riconoscere che l’assenza di regole chiare non elimina il fenomeno, ma lo lascia in una zona più esposta, dove chi lavora, chi compra servizi e chi subisce sfruttamento rischia di restare più esposto.

Regolamentare non significa banalizzare. Significa spostare il discorso dal giudizio alla tutela. Dal “si può dire o non si può dire” al “come possiamo ridurre i rischi, proteggere le persone e distinguere il lavoro consensuale dallo sfruttamento?”.

La domanda digitale: cosa raccontano i dati SimpleEscort

Donna consulta uno smartphone in una stanza elegante, simbolo della domanda digitale nel sex work
Domanda digitale e sex work online

Accanto alla percezione pubblica, ci sono i dati di comportamento. Nel 2025, secondo il report pubblicato da SimpleMedia, il traffico su SimpleEscort in Italia è cresciuto del +22,3% rispetto all’anno precedente. L’analisi parla inoltre di oltre 1.700.000 utenti unici mensili e di un aumento delle ricerche del +20% rispetto all’anno precedente. 

Lo stesso approfondimento colloca l’Italia al secondo posto mondiale per consumo di servizi di sex work rispetto al numero di abitanti, considerando sia gli incontri con escort sia le richieste di contenuti hot, subito dopo il Cile e prima della Gran Bretagna. Un altro dato rilevante riguarda la moderazione: il 54% degli annunci del 2025 non è stato pubblicato perché non conforme alle policy della piattaforma o perché non ritenuto affidabile. 

Questi numeri raccontano un settore ormai pienamente digitale. La ricerca di una escort, di un gigolò, di una creator o di un servizio per adulti non passa più solo dal passaparola o da circuiti nascosti, ma da portali online, filtri, annunci, verifiche, contenuti e strumenti di contatto diretto.

Il digitale non elimina i rischi. Al contrario, li trasforma. Rende più evidente il bisogno di verifiche, moderazione, privacy, sistemi anti-truffa, protezione dell’identità e comunicazione chiara tra chi offre e chi cerca un servizio. In questo senso, una piattaforma non è solo una vetrina. Può diventare anche un’infrastruttura di sicurezza, se costruita con regole trasparenti e strumenti adeguati.

Chi sono i clienti del sex work digitale

I numeri SimpleMedia mostrano anche un pubblico più variegato di quanto molti stereotipi lascino intendere. Nel report 2025 si segnala una crescita delle fasce più giovani, soprattutto quella tra i 25 e i 34 anni, che registra un +5% rispetto all’anno precedente. Colpisce anche la presenza femminile, pari al 25% degli utenti.

Un altro approfondimento SimpleMedia sull’incontro tra richiesta e offerta in Italia misura invece la domanda digitale su circa 1.170.000 utenti unici mensili che accedono a SimpleEscort. Le fasce d’età che generano il maggior traffico sono 35-44 anni, con il 25,01%, 25-34 anni, con il 24,75%, e 45-54 anni, con il 22,37%. Lo smartphone è il dispositivo dominante, usato dall’87,20% degli utenti. 

Questo elemento è rilevante perché racconta un consumo mobile, privato, rapido, spesso gestito nei tempi morti della giornata o dentro spazi personali. Lo smartphone diventa lo strumento attraverso cui la ricerca di un’esperienza erotica, relazionale o di evasione entra nella vita quotidiana in modo riservato.

Anche gli interessi degli utenti, secondo i dati rilevati da SimpleMedia tramite Google Analytics, non descrivono un mondo separato dal resto della società. Sport, news, politica e viaggi compaiono tra gli interessi più ricorrenti: sport al 52,84%, news & politics al 50,92% e viaggi al 39,32%. È un aspetto significativo: chi cerca servizi legati al sex work non appartiene a un mondo separato, ma alla stessa società che spesso fatica a riconoscere apertamente ciò che già attraversa i suoi comportamenti e i suoi consumi.

Non solo sesso: intimità, compagnia e contenuti on demand

Uno dei passaggi più interessanti dei dati SimpleMedia riguarda ciò che le persone cercano davvero. Le parole chiave della trasgressione restano presenti, ma cresce anche la domanda di esperienze relazionali, contenuti personalizzati e servizi costruiti intorno alla presenza.

Nel report 2025, SimpleMedia segnala la centralità della GFE, Girlfriend Experience, come una delle fantasie più richieste dagli italiani. Non si tratta soltanto di una prestazione sessuale, ma di un’esperienza che include intimità simulata, conversazione, dolcezza, attenzione, tempo condiviso. Anche la richiesta di contenuti personalizzati risulta in aumento: videochiamate erotiche, foto e video su misura sono cresciuti del 10% rispetto all’anno precedente.

Un altro approfondimento SimpleMedia indica che circa il 20% delle sex worker presenti sulla piattaforma offre anche cam o contenuti adult a distanza. Lo stesso approfondimento segnala la presenza di servizi in presenza e digitali, confermando che il sex work contemporaneo non coincide più con un solo formato.

Questo ci dice qualcosa di più ampio sull’immaginario contemporaneo. La richiesta non riguarda solo il corpo, ma anche la scena, la relazione, il modo in cui una persona vuole sentirsi guardata, ascoltata, scelta. 

Il sex work intercetta fantasie erotiche, certo, ma anche dimensioni emotive che spesso restano senza nome: solitudine, ricerca di conferma, bisogno di leggerezza, desiderio di essere accolti senza dover spiegare troppo.

Chi offre servizi: escort, creator digitali, gigolò e sex worker trans

La composizione degli annunci

I dati pubblicati da SimpleMedia mostrano una forte varietà dell’offerta. In Italia, secondo l’approfondimento su domanda e offerta, la maggioranza degli annunci riguarda sex worker di genere femminile, pari al 92,49%, ma è significativa anche la presenza di escort trans, che rappresentano il 6,08% degli annunci. Il genere maschile si ferma all’1,55%

Questa composizione conferma un mercato in cui gli annunci delle donne restano nettamente prevalenti, mentre l’offerta trans occupa uno spazio riconoscibile e specifico. Il dato maschile, invece, resta molto più ridotto, almeno all’interno degli annunci analizzati dalla piattaforma.

Età, provenienza e varietà dell’offerta

Più dell’82% di chi si pubblicizza dichiara un’età compresa tra i 18 e i 34 anni: il 37,11% nella fascia 18-24 anni e il 45,73% nella fascia 25-34 anni. Le fasce superiori, come quella 35-44 anni, risultano meno rappresentate e si fermano al 12,79%

Dal punto di vista della provenienza, la nazionalità più presente negli annunci è italiana, con il 35,96%, seguita da brasiliana, con il 6,37%, colombiana, con il 4,28%, e cinese, con il 2,77%. Anche questo dato contribuisce a raccontare un settore composito, fatto di mobilità, scelte individuali, presenza internazionale e forte concentrazione urbana. 

La varietà dell’offerta è un punto cruciale. Parlare di sex work come se fosse un’unica esperienza significa perdere di vista le differenze tra escort indipendenti, creator digitali, accompagnatori, lavoratrici trans, professioniste che si spostano tra città, persone che offrono contenuti online e persone che ricevono in appartamento o in hotel.

Ogni segmento ha bisogni diversi, privacy diversa, rischi diversi, strategie diverse. Per questo i dati sono utili: permettono di togliere il sex work dal calderone indistinto del tabù e riportarlo dentro una lettura più precisa.

Eventi, mobilità e sex work: il caso delle Olimpiadi 2026

I dati SimpleMedia del 2026 mostrano anche come il sex work segua i grandi flussi sociali, turistici ed economici. Durante le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, SimpleEscort ha registrato un aumento degli annunci nelle aree coinvolte: +23% a Milano, +12% a Cortina d’Ampezzo, +6% in Valtellina, tra Bormio e Livigno, e +3% tra Val di Fiemme e Anterselva

Il dato è utile perché conferma una dinamica già nota in molti settori dei servizi: quando crescono mobilità, eventi internazionali, presenza di professionisti, sponsor, delegazioni e visitatori, cresce anche la domanda di compagnia, discrezione e servizi legati all’intimità.

Non si tratta solo di “turismo sessuale”, formula spesso riduttiva, ma di un mercato che si muove insieme ai flussi urbani e globali. Segue gli eventi, intercetta le città, reagisce alla stagionalità, si adatta alle piattaforme, alle lingue, alle richieste e ai nuovi standard di sicurezza.

In questo senso, il sex work diventa anche un osservatorio laterale dei cambiamenti sociali. Un termometro scomodo, ma molto concreto, dei modi in cui desiderio, mobilità, consumo e tecnologia si intrecciano.

Sex work e disabilità: il dato che apre una domanda di diritti

Interno accessibile con sedia a rotelle vicino a una finestra, simbolo del diritto all’intimità delle persone con disabilità
Sessualità, accessibilità e diritto all’intimità

Un altro dato SimpleMedia 2026 riguarda il rapporto tra sex work e disabilità. Secondo l’analisi pubblicata in occasione delle Paralimpiadi, circa il 7% delle sex worker attive in Italia dichiara nei propri annunci una disponibilità a ricevere clienti con disabilità motoria, sensoriale o cognitiva. 

È un numero ancora piccolo, ma culturalmente importante. Mostra che, in assenza di una legge chiara sull’assistenza sessuale in Italia, alcune persone trovano nel sex work uno dei pochi canali concreti per accedere a esperienze di intimità, contatto e desiderio. Naturalmente, questo apre domande delicate su formazione, consenso, vulnerabilità, accessibilità degli spazi e qualità della relazione.

Ma proprio per questo il dato non può essere liquidato. Parla di un bisogno che esiste anche quando la società preferisce non guardarlo. La sessualità delle persone con disabilità resta spesso invisibile, infantilizzata o rimossa. Il sex work, in alcuni casi, diventa allora uno spazio possibile di ascolto, presenza e riconoscimento, anche se ancora fragile e privo di cornici normative adeguate.

Qui il tema non è celebrare il mercato come risposta a tutto, bensì riconoscere che l’intimità è una parte della vita, non un premio riservato ai corpi considerati pienamente autonomi, desiderabili o conformi.

Che cosa raccontano davvero questi dati

Mettendo insieme SWG 2026 e i dati SimpleEscort 2025-2026 emerge una fotografia precisa: il sex work in Italia non è un fenomeno marginale, né soltanto sommerso, né esclusivamente legato alla cronaca giudiziaria. È un settore attraversato da domanda digitale, mobilità, servizi in presenza, contenuti online, accompagnamento, fantasie, bisogni relazionali e questioni di tutela.

Gli italiani, almeno nei dati dichiarati, sembrano più favorevoli alla regolamentazione che alla rimozione. Riconoscono la presenza del fenomeno, distinguono in parte tra scelta e sfruttamento, chiedono più protezione per chi lavora e più contrasto alla criminalità. Allo stesso tempo, però, conoscono poco il quadro legale e fiscale, e questa ignoranza alimenta stigma e confusione.

Non si tratta di romanticizzare il sex work, né di negarne le zone d’ombra. La vera sfida è smettere di parlarne solo quando diventa scandalo, inchiesta, emergenza o tabù. I dati permettono allora di cambiare prospettiva: osservare, distinguere, nominare, proteggere.

Perché l’invisibilità rende il sex work più fragile. Se invece è letto attraverso numeri, pratiche e bisogni reali, può entrare in una discussione pubblica più matura. Non una discussione comoda, forse, ma necessaria.

Dai numeri alla responsabilità

Il sex work in Italia esiste nei numeri, nelle ricerche online, negli annunci, nelle città, negli eventi, nei contenuti digitali e nei bisogni privati delle persone. Continuare a trattarlo come un tema indicibile non aumenta la sicurezza di nessuno. Al contrario, lo mantiene in una zona meno visibile e meno protetta.

I dati 2025-2026 raccontano un Paese che, almeno in parte, sembra pronto a un discorso più maturo: meno moralismo, più regolamentazione, più tutela, più informazione. La vera domanda è se il dibattito pubblico saprà seguire questa direzione, senza confondere il sex work consensuale con lo sfruttamento e senza lasciare chi lavora nel settore in una terra di mezzo fatta di visibilità digitale e invisibilità sociale.

Parlare di sex work, oggi, significa parlare anche di consenso, privacy, sicurezza, fiscalità, desiderio, disabilità, tecnologia e diritti. Non solo di sesso, ma del modo in cui una società decide chi può essere visto, ascoltato e protetto.

Anita Richeldi è sex & love coach, consulente di comunicazione e autrice. Lavora da anni tra educazione al piacere, linguaggi inclusivi ed empowerment femminile, con un’attenzione specifica alla sicurezza nelle relazioni e nei servizi per adulti. Ha collaborato con testate, radio e TV italiane per diffondere una cultura della sessualità più consapevole e priva di stigma. Per SimpleMedia porta un approccio pratico e non moralistico, capace di parlare sia alle Sex Workers sia ai loro clienti. Scopri di più: anitaricheldi.it & LinkedIn.