Le Paralimpiadi sono una manifestazione che ha avuto l’enorme merito di scardinare un’idea a lungo radicata: quella che una persona con disabilità, motoria, visiva, intellettiva o di altra natura come nanismo e sclerosi multipla, non potesse praticare sport.
Le Paralimpiadi hanno dimostrato con una chiarezza disarmante che lo sport non solo è possibile, ma è un diritto e un’opportunità per tutti, anche per chi ha acquisito una disabilità a seguito di un incidente o di una malattia. Basti pensare che ai Giochi di Parigi 2024 hanno gareggiato circa 4.433 atleti da 170 nazioni, a testimonianza della portata globale di questo movimento [1].
L’impatto mediatico di questo evento ha progressivamente abituato lo sguardo del pubblico a una realtà prima quasi impensabile: atleti e atlete con disabilità che si allenano, competono e si sfidano con la stessa intensità di qualsiasi altro sportivo. In molti casi, le loro performance sono di una complessità tale da risultare straordinarie e difficilmente replicabili anche per persone senza disabilità.
Io, però, mi occupo di un altro tema: la sessualità.
E proprio per questo, a volte, lancio una provocazione: “Magari esistessero le Paralimpiadi del sesso”. Con una battuta, cerco di immaginare un evento capace di abbattere l’ultimo, grande tabù: quello che porta ancora troppi a considerare le persone con disabilità come esseri asessuati.
Naturalmente, è solo una provocazione. Un evento simile appartiene alla fantascienza, ma serve a illuminare quanto il racconto mediatico possa plasmare la percezione collettiva. Se i media a volte consolidano gli stereotipi, altre volte hanno il potere di aprire gli occhi.
Il Potere della Rappresentazione
La rappresentazione non è un dettaglio estetico, ma una questione culturale profonda. Quando una storia viene raccontata con continuità e naturalezza, si insinua nell’immaginario collettivo e, lentamente, ne modifica le aspettative.
Le Paralimpiadi lo hanno dimostrato: vedere atleti con disabilità competere ad altissimo livello, anno dopo anno, ha cambiato la percezione comune del rapporto tra disabilità e sport.
Nonostante i progressi, i dati ISTAT del 2021 mostrano che in Italia solo l’11% delle persone con limitazioni gravi pratica sport, contro il 40,8% della popolazione senza limitazioni [2]. Il divario è ancora profondo e riflette ostacoli strutturali, culturali ed economici che limitano l’accesso allo sport per milioni di persone.

Grafico: Pratica sportiva in Italia per condizione di disabilità (ISTAT 2021)
Lo stesso meccanismo si applica alla sessualità. Film come The Sessions di Ben Lewin o serie come Special di Ryan O’Connell hanno aperto uno spazio narrativo raramente esplorato, narrando come persone con disabilità possono vivere il desiderio, l’intimità e le relazioni senza che la loro condizione diventi l’unico fulcro della storia. Non c’è pietismo né voyeurismo; c’è semplicemente una vita, con tutta la sua meravigliosa complessità.
Questi racconti hanno una funzione precisa: normalizzano. E normalizzare non significa banalizzare, ma restituire a chi ha una disabilità la possibilità di riconoscersi in una narrazione, di non sentirsi escluso da un’esperienza umana fondamentale. Significa, al contempo, aiutare chi non ha una disabilità a smettere di proiettare su queste persone un’immagine di asetticità o di perenne rinuncia.
I social network, in questo, hanno aggiunto una dimensione nuova e potente. Attivisti e creator con disabilità hanno scelto di raccontare la propria vita affettiva e sessuale in modo diretto, senza filtri e senza chiedere permesso. È una forma di attivismo che agisce sull’immaginario quotidiano in modo molto più capillare di un film, raggiungendo persone che non avrebbero mai cercato attivamente una riflessione sul tema.
A volte, bastano pochi secondi per incrinare una convinzione radicata da anni.
Un vuoto nella riabilitazione
C’è un aspetto che va oltre la rappresentazione e riguarda il corpo stesso, specialmente per chi acquisisce una disabilità.
Durante il percorso riabilitativo, la sfera della sessualità è quasi sempre assente. Ricordo un amico che, dopo un incidente d’auto che lo costrinse sulla sedia a rotelle, mi disse: Mi stanno insegnando di nuovo a fare tutto. Persino a tenere in mano un cucchiaino. Poi, con una lucidità disarmante, aggiunse: In questo ‘tutto’, però, manca qualcosa di fondamentale: la sessualità.
Questa testimonianza personale trova un’eco potente nei dati della ricerca scientifica. Uno studio del 2023 condotto su 248 persone con lesione midollare in America Latina ha rivelato dati allarmanti [3]:

Questi numeri non sono solo statistiche: rappresentano un vuoto di cura che ha profonde ripercussioni sul benessere psicologico e sulla qualità della vita.
Chi acquisisce una disabilità motoria si trova a dover ricostruire da capo il rapporto con sé stesso: deve reimparare a muoversi, a gestire il dolore e la fatica, a rinegoziare i propri limiti. In questo processo, la sessualità non è un accessorio, ma uno dei terreni su cui si gioca la ricostruzione più intima e radicale della propria identità.
Molti non sanno, e la ricerca scientifica lo documenta da decenni, che il corpo possiede una straordinaria capacità di adattamento. Dopo una lesione, il sistema nervoso può ridistribuire le connessioni, aprire nuove vie sensoriali e sviluppare risposte erogene in zone del corpo prima non associate a quella valenza [4].
Persone con lesioni spinali complete riferiscono di orgasmi ottenuti attraverso stimolazioni che non coinvolgono le aree genitali. Altri scoprono una qualità nuova e più consapevole nel rapporto con il tatto, il respiro e la presenza del partner.
È un’esperienza autentica, ricca e complessa. Il problema è che, in Italia, questo tipo di accompagnamento è quasi inesistente.
I percorsi riabilitativi sono strutturati attorno alla funzionalità: muoversi, gestirsi, tornare a una forma di autonomia pratica. Tutto ciò è prezioso e necessario, ma la sessualità resta fuori dal protocollo, come se non fosse parte integrante della vita. Non è una dimenticanza casuale, ma il riflesso di un problema culturale che attraversa la formazione medica e riabilitativa, dove il tema della sessualità nelle persone con disabilità occupa uno spazio marginale, se non nullo.
Dall’autonomia funzionale all’autonomia esistenziale
Eppure, le evidenze scientifiche parlano chiaro. Studi condotti in diversi paesi europei dimostrano che le persone con disabilità che ricevono supporto sulla sfera sessuale durante la riabilitazione riportano livelli più alti di benessere psicologico e una qualità della vita significativamente superiore.
È da queste riflessioni che nel 2013 ho dato vita al progetto OdV LoveGiver con cui abbiamo formato la figura dell'O.E.A.S., ossia l'operatore all'emotività, all'affettività e alla sessualità.
L’obiettivo è di creare uno spazio di formazione e confronto sull’affettività e la sessualità per le persone con disabilità. La nostra missione è cercare modi concreti per restituire, o costruire, un’autonomia che vada oltre quella funzionale.
Lo sport, come ci insegnano le Paralimpiadi, è spesso legato alla performance, al risultato. Nella sessualità, o almeno in una sessualità sana, il meccanismo è diverso. Al centro non c’è la prestazione, ma l’intimità, l’ascolto del proprio corpo, la relazione con l’altro e la libertà di riscoprirsi.
Per chi ha vissuto un cambiamento fisico così profondo, questo percorso diventa un modo per ricostruire la fiducia in sé stesso e nel proprio corpo. Recuperare autonomia significa anche questo: tornare a sentirsi persone complete, capaci di desiderare e di essere desiderate, al di là di ogni logica di prestazione.
Riferimenti
- [1] Olympics.com — dati ufficiali Paralimpiadi Parigi 2024
- [2] ISTAT — Indagine Aspetti della vita quotidiana 2021
- [3] Di Giusto et al. (2023) — studio su sessualità e lesione midollare in America Latina
- [4] Krassioukov & Elliott (2017) — neuroplasticità e funzione sessuale dopo lesione midollare
Potrebbero interessarti anche:



