Il senso di questo racconto
Questa intervista affronta il diritto delle persone con disabilità a conoscere il proprio corpo, esprimere il desiderio e compiere scelte autonome sulla propria vita.
Nel percorso di Moreno, Disability Hard, progetto ideato da Carmelo, offre un’occasione concreta per affrontare domande, paure e insicurezze rimaste a lungo senza risposta. Moreno descrive un passaggio personale, legato alla sua storia e al suo modo di vivere il corpo, l’intimità e le relazioni. L’esperienza gli permette di costruire riferimenti propri e di guardarsi da una prospettiva nuova.
L’autodeterminazione attraversa l’intero racconto. Il bisogno di assistenza fisica può convivere con la capacità di comprendere, scegliere e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Riconoscere questa autonomia significa ascoltare la voce della persona interessata, rispettarne i confini e attribuirle piena dignità adulta.
La scelta di rendere pubblico il video aggiunge un ulteriore livello al percorso. Moreno racconta la propria consapevolezza, l’esposizione al giudizio e la responsabilità legata alle conseguenze. La sua testimonianza apre uno spazio necessario per parlare di disabilità, affettività e sessualità attraverso la voce diretta di chi vive queste esperienze.

Moreno, raccontaci chi sei e che rapporto hai avuto, crescendo, con il tuo corpo, l’affettività e la sessualità.
Mi chiamo Moreno, ho 27 anni e sono nato con una tetraparesi spastica, una forma di paralisi cerebrale che comporta importanti difficoltà motorie e mi porta a utilizzare una sedia a rotelle. Ma questa è la mia condizione, non è tutto quello che sono.
Sono una persona molto curiosa. Mi piace la tecnologia; mi occupo di informatica e cybersecurity e ho una grandissima passione per la musica, l’audio e il mondo dei service. Mi piace stare in mezzo alle persone, partecipare agli eventi, rendermi utile e mettermi in gioco.
E naturalmente, crescendo, sono arrivati anche l’affettività, il desiderio e la sessualità. Il rapporto con il mio corpo non è stato sempre semplice. Quando hai una disabilità motoria importante ti rendi conto abbastanza presto che alcune cose che per gli altri vengono spontanee, per te magari richiedono organizzazione, aiuto oppure semplicemente un modo diverso di farle.
Questa cosa inevitabilmente me la sono portata anche nella sfera affettiva. Durante l’adolescenza vedevo i miei coetanei iniziare ad avere le prime esperienze, conoscere ragazze, fidanzarsi. Io avevo gli stessi desideri, però dentro di me c’era sempre qualche domanda in più.
Una soprattutto: Una ragazza riuscirà a vedere Moreno oppure vedrà prima di tutto la mia disabilità? Questa domanda me la sono portata dietro per parecchio tempo.
Nel tuo messaggio racconti di aver pensato a lungo che alcune esperienze per te non sarebbero mai arrivate. Da dove nasceva questa convinzione?
Non credo ci sia stato un momento preciso in cui qualcuno mi abbia detto: Moreno, tu queste cose non potrai viverle. È successo piano piano. Vedi gli altri fare determinate esperienze, tu invece non le fai, passano gli anni e alla fine quello che inizialmente era un dubbio rischia di diventare nella tua testa quasi una certezza.
La sessualità, però, non era assente dalla mia vita. Avevo scoperto il mio corpo e, per me, la masturbazione era ed è possibile in autonomia. Quindi conoscevo il desiderio, il piacere e abbastanza bene il mio corpo quando ero da solo.
Il grande punto interrogativo era l’altra persona. Non avevo mai avuto un’interazione sessuale con una donna e quindi avevo tantissime domande. Una riguardava sicuramente la penetrazione: mi chiedevo se fosse possibile, come avrebbe reagito il mio corpo e quanto avrebbero inciso le mie difficoltà motorie.
Però sarebbe riduttivo dire che volessi semplicemente scoprire se riuscivo ad avere una penetrazione. Quello era solo un aspetto. Io volevo capire che cosa significasse stare davvero con una donna. E soprattutto avevo una domanda che per me era importantissima: Sono capace anch’io di darle piacere?
Fino a quel momento conoscevo soltanto il mio piacere. Non volevo vivere un’esperienza nella quale una donna diventasse semplicemente il mezzo per verificare se il mio corpo funzionasse o per poter dire: Ce l’ho fatta. Non volevo soltanto ricevere. Volevo capire se ero capace anche di dare. Volevo scoprire il contatto, l’intimità, la complicità, capire le reazioni dell’altra persona e vivere quella reciprocità che da solo, naturalmente, non potevo conoscere.
Quindi sì, avevo il dubbio della penetrazione, ma dietro c’era una domanda molto più grande: Come sarà condividere la mia sessualità con un’altra persona? Ed era una risposta che nessuna fantasia e nessuna esperienza vissuta da solo potevano darmi.
Quanto hanno inciso la disabilità e quanto, invece, lo sguardo e i pregiudizi degli altri?
La mia disabilità incide concretamente sulla mia vita e sarebbe sbagliato dire il contrario. Ho difficoltà motorie importanti, in alcune situazioni ho bisogno di aiuto e devo organizzare cose che per un’altra persona possono essere molto più semplici. Questo naturalmente può valere anche nell’intimità.
Ma una difficoltà fisica è una cosa. Pensare automaticamente che una persona con disabilità non possa avere desideri, vivere la sessualità o decidere autonomamente della propria vita è un’altra. Molte volte ho avuto la sensazione che le persone vedessero prima la carrozzina e soltanto dopo Moreno.
E secondo me esiste ancora una forte infantilizzazione della disabilità. Ho 27 anni. Posso avere bisogno dell’aiuto di qualcuno per fare fisicamente una determinata cosa e contemporaneamente essere un adulto capace di capire, scegliere e assumersi le proprie responsabilità.
Questa cosa mi è diventata ancora più evidente dopo il provino. Alla fine di quella giornata, insieme a Sofia e al cameraman Francesco, abbiamo realizzato un reel che poi abbiamo pubblicato su Instagram.
Sapevo che un contenuto del genere avrebbe potuto generare reazioni diverse. Se decido di mettere pubblicamente una parte così personale della mia vita, so anche che qualcuno potrà essere d’accordo, qualcuno no e qualcuno potrà criticarmi.
Ci sono stati commenti positivi, ma anche parecchi commenti negativi. Quelli che mi hanno dato più fastidio non erano necessariamente quelli di chi diceva: Non condivido questo progetto. Quella è un’opinione e la rispetto.
Mi hanno colpito quelli nei quali sembrava quasi che io non fossi in grado di decidere per me stesso. È uscita anche l’idea dello sfruttare il disabile per fare soldi. Ed è proprio questo che mi fa riflettere.
Perché c’è una differenza enorme tra dire non condivido la tua scelta e pensare tu non sei in grado di scegliere. La prima è una critica. La seconda, per me, è infantilizzazione.
Come sei arrivato al provino con Disability Hard e cosa ti ha spinto a partecipare?
Tutto è iniziato da un video in cui c’erano Carmelo, ideatore del progetto, e Sofia. È stato proprio attraverso quel video che ho conosciuto Disability Hard. Carmelo lo conoscevo già ed ero un suo grande fan, mentre attraverso quel video ho conosciuto Sofia e ho scoperto il progetto.
Quel video mi ha incuriosito parecchio e mi ha fatto pensare: E se questa fosse un’occasione per affrontare finalmente tutte quelle domande che mi porto dietro da anni?
Però non è che ho visto il video e il giorno dopo ho detto: Va bene, facciamolo. Ci ho pensato parecchio.
Ho mandato diverse email, ho chiesto informazioni, ho fatto domande e ho cercato di capire bene come funzionasse il progetto e che cosa sarebbe successo durante il provino. Probabilmente avrò fatto anche più domande del necessario, ma avevo bisogno di sapere bene dove stessi andando.
Poi ho deciso di parlare direttamente con Sofia. Con lei piano piano mi sono aperto. Le ho raccontato le mie paure, le difficoltà motorie, le fantasie e soprattutto tutti quei dubbi che avevo sul rapporto con una donna. Ma non abbiamo parlato soltanto di sesso. Abbiamo iniziato anche a conoscerci come persone e questo per me ha fatto una grande differenza.
La decisione, comunque, è stata travagliata. Una persona a me cara diceva sempre: La vita è a piccoli passi. E credo che questa esperienza rappresenti abbastanza bene quella frase.
Prima il video. Poi le informazioni. Poi le email. Poi le conversazioni con Sofia. Poi la decisione di andare. Un passo alla volta.
Quando sono arrivato lì ho finalmente conosciuto Carmelo di persona. Gli ho raccontato un po’ della mia vita e del percorso che mi aveva portato fino a quel momento. Ho conosciuto anche Mima, un altro attore del progetto, e Matt.
Abbiamo parlato e condiviso alcune delle nostre esperienze. Non è stato solamente arrivo, faccio il provino e torno a casa. C’è stato anche un momento di confronto umano e ascoltare le storie degli altri mi ha aiutato a sentirmi più tranquillo.
Durante il provino le telecamere sono sempre state accese e io ne ero consapevole. Quello su cui ho riflettuto successivamente è stato un altro passaggio: decidere se volessi davvero che quel video venisse pubblicato.
Per me non erano esattamente la stessa cosa. Un conto era sapere di essere ripreso durante il provino, un altro era sapere che quella parte così intima e personale della mia vita sarebbe diventata pubblica e sarebbe stata vista da altre persone.
Su questo ci ho pensato. Sapevo che pubblicarlo significava espormi anche al giudizio degli altri e alle possibili conseguenze di una scelta del genere.
Alla fine, però, ho deciso io di pubblicare il video.
E ci tengo a dirlo proprio perché, dopo, qualcuno ha interpretato la situazione come se io fossi stato semplicemente trascinato dentro qualcosa senza rendermi conto di ciò che stavo facendo.
Non è andata così. Ero consapevole di essere ripreso e successivamente ho scelto consapevolmente di rendere pubblica quell’esperienza.
Non pretendo che tutti condividano questa decisione, ma voglio che almeno venga riconosciuto che è stata una mia decisione. Anche questo, in fondo, è stato uno dei miei piccoli passi.
Hai definito quell’esperienza un momento di svolta. Che cosa è successo e che cosa ha cambiato nel modo in cui vedevi te stesso?
La svolta, per me, è stata soprattutto smettere di ragionare soltanto per ipotesi. Prima avevo paure e domande. Dopo avevo finalmente un’esperienza mia.
Per anni mi ero chiesto che cosa sarebbe successo, come avrei reagito, che cosa sarei riuscito a fare. A un certo punto non dovevo più immaginarlo.
E c’è stata anche un’altra cosa importante: durante quell’esperienza ho smesso quasi di pensare continuamente alla mia disabilità. Non ero Moreno con la tetraparesi che deve vedere se riesce a fare questa cosa. Ero semplicemente Moreno che stava vivendo un’esperienza nuova.
Questo non significa che siano sparite tutte le mie insicurezze e naturalmente non è sparita la disabilità. È cambiato il punto da cui parto quando penso a me stesso. Prima avevo soltanto dei dubbi. Oggi, almeno su alcune di quelle domande, ho delle risposte.
In quell’occasione hai vissuto anche la tua prima esperienza sessuale. Che significato ha avuto per te? Come si è comportata la ragazza con te?
La ragazza era Sofia e per me è importante nominarla perché il modo in cui si è comportata ha fatto una grande differenza.
Però voglio anche essere chiaro: Sofia è una professionista e io ho sempre saputo in quale contesto ci siamo conosciuti. C’è un confine e credo sia giusto che quel confine rimanga.
Allo stesso tempo penso che il fatto di conoscersi un po’ come persone possa rendere tutto molto più naturale anche su un set di questo tipo.
Prima del provino avevamo parlato parecchio e non soltanto di sesso. Avevo conosciuto qualcosa dei suoi interessi, delle sue passioni, del suo carattere, delle sue emozioni, dei suoi punti di forza e anche di alcune sue fragilità. Lei, allo stesso modo, aveva conosciuto qualcosa di me.
Questo per me conta. Perché a quel punto non hai davanti soltanto un corpo o un ruolo professionale. Hai davanti una persona.
Naturalmente questo non significa confondere il rapporto professionale con qualcos’altro. Sono due cose diverse e ne sono perfettamente consapevole. Però credo che professionalità e umanità possano stare insieme.
Sofia mi ha ascoltato e non mi ha fatto sentire giudicato o compatito. E soprattutto non ho avuto la sensazione che mi stesse trattando come se mi stesse facendo un favore perché sono una persona con disabilità.
Abbiamo comunicato. Se qualcosa doveva essere fatto in maniera diversa, cercavamo un modo. Per me era la prima volta e avevo bisogno anche di capire l’altra persona, le sue reazioni e quello che mi stava comunicando. È lì che una cosa sulla quale avevo ragionato per anni è diventata finalmente concreta.
Per questo quando dico che quella è stata la mia prima esperienza sessuale non penso soltanto alla frase ho perso la verginità. Per me è stato molto di più. È stato scoprire per la prima volta cosa significa condividere una parte della propria sessualità con un’altra persona.
Dopo quell’esperienza è cambiato il tuo rapporto con il corpo, con il desiderio e con la possibilità di sentirti desiderato?
Sì, è cambiato parecchio.
La cosa principale è che oggi ho un’esperienza positiva alla quale posso fare riferimento. Questo non significa che improvvisamente siano sparite tutte le mie insicurezze. Magari fosse così semplice. Però quando penso alla possibilità di stare con una donna non parto più automaticamente dal pensiero: Non so se posso.
E ho iniziato a vedere il mio corpo non soltanto per quello che non riesce a fare, ma anche per quello che riesce a fare.
Forse una delle cose più importanti che mi porto dietro è proprio questa: posso desiderare una donna, ma posso anche accettare l’idea che una donna possa desiderare me. Prima questa seconda parte era molto più difficile da immaginare.
Oggi, quali ostacoli incontri ancora nel vivere relazioni, affettività e sessualità?
Gli ostacoli ci sono ancora. Questa esperienza non ha risolto magicamente la mia vita affettiva e soprattutto non voglio che tutto venga ridotto al sesso.
A me piacerebbe anche conoscere una ragazza nella vita quotidiana, uscire, flirtare, capire se c’è interesse, magari innamorarmi. E perché no, anche prendere una delusione. Fa parte della vita.
Con una disabilità motoria importante, però, alcune cose richiedono più organizzazione. Anche un semplice appuntamento può significare controllare se il posto è accessibile. Gli spostamenti vanno organizzati. Anche l’intimità può richiedere qualche attenzione in più.
Poi rimane il problema dello sguardo degli altri.
Io non voglio che una ragazza stia con me perché pensa: Poverino, è disabile. Non mi interessa. Voglio piacerle. E se invece mi conosce e decide che Moreno non le piace, va bene. Mi dispiacerà, magari ci rimarrò male, ma è normale.
Voglio avere anch’io il diritto di ricevere un no come qualsiasi altra persona. Quello che vorrei è che quel no arrivasse eventualmente dopo aver visto chi sono, non automaticamente perché sono seduto su una carrozzina.
Perché secondo te facciamo ancora così fatica a riconoscere le persone con disabilità come persone che desiderano e possono essere desiderate?
Secondo me perché continuiamo ad avere un’immagine abbastanza limitata della persona con disabilità. Parliamo giustamente di assistenza, autonomia, accessibilità e barriere architettoniche. Però molto meno spesso parliamo di desiderio, affettività e sessualità.
È quasi come se la persona con disabilità potesse avere bisogno di tutto tranne che di quello.
Le reazioni al reel e al video me lo hanno confermato: alcune critiche non riguardavano ciò che avevo scelto, ma sembravano mettere in discussione il fatto stesso che fossi stato io a scegliere. Ed è proprio qui il problema.
Io posso avere bisogno di assistenza fisica e contemporaneamente essere perfettamente capace di capire quello che sto facendo e decidere per me stesso.
Questo naturalmente non significa dire che lo sfruttamento o gli abusi non esistano. Esistono e vanno riconosciuti.
Ma non si può nemmeno partire automaticamente dal presupposto che una persona con disabilità sia stata sfruttata soltanto perché ha fatto una scelta sessuale che qualcuno non condivide. Prima bisognerebbe ascoltarla.
Nel mio caso posso parlare per me: sapevo di essere ripreso e la decisione di rendere pubblico il video è stata mia. E mi assumo anche la responsabilità delle conseguenze di quella decisione.
Credo che l’autonomia sia anche questo: non soltanto poter fare le cose che gli altri considerano giuste per te, ma poter prendere delle decisioni personali, anche controverse, e assumertene le conseguenze.
E forse faremo davvero un passo avanti quando non sarà più così strano parlare della sessualità di una persona con disabilità. È semplicemente una parte della vita.
Se potessi parlare al Moreno di qualche anno fa, convinto che certe esperienze per lui fossero impossibili, che cosa gli diresti?
Gli direi prima di tutto di non avere fretta di decidere come sarà tutta la sua vita basandosi soltanto su quello che non è ancora successo.
Capisco quel Moreno. Capisco quando guardava gli altri e pensava di essere rimasto indietro. Capisco tutte le domande che si faceva sul proprio corpo, sulle donne e sulla possibilità di essere desiderato.
Non gli direi: Tranquillo, andrà tutto bene. Perché non lo so e perché la vita non funziona così.
Gli direi invece: Continua a fare un passo alla volta.
Gli racconterei che un giorno vedrà un video. Poi farà qualche ricerca. Manderà delle email. Farà un sacco di domande. Inizierà a parlare con una persona. Poi troverà il coraggio di andare a un provino e vivrà un’esperienza che fino a qualche tempo prima pensava forse di non poter vivere.
E dopo farà un altro passo ancora: deciderà consapevolmente di rendere pubblica una parte di quell’esperienza e di raccontare apertamente quello che ha significato per lui.
Nessuno di quei passaggi, preso da solo, sembra enorme. Ma messi tutti insieme mi hanno portato dove qualche anno fa pensavo di non poter arrivare.
Una persona a me cara diceva sempre: La vita è a piccoli passi. Oggi credo di capirla molto meglio.
Perché a volte fai un piccolo passo e ti sembra che non sia cambiato niente. Poi ti giri indietro e ti accorgi di quanta strada hai fatto.